Istanbul

    Una delle principali attrazioni artistiche di Îstanbul sono le sue belle moschee ottomane. Queste, a differenza delle tradizionali moschee arabe ad aula rettangolare con il soffitto piatto retto da colonne, hanno una struttura a pianta centrale, con lo spazio principale sovrastato da una grande cupola, contraffortata da due o più semicupole, che a loro vota possono essere sostenute da semicupole più piccole. Questo schema è stato ripreso dalla basilica bizantina di Santa Sofia e portato al suo massimo splendore da Sinan, l’architetto imperiale di Solimano il Magnifico. 
    La maestosa materialità dell’architettura di Santa Sofia è dissolta e resa aerea dalla luce. In particolare, la cupola è come sospesa e staccata dal resto della costruzione dalla corona di luce creata dalle finestre intagliate alla sua base e sembra appartenere a un altro ordine di cose.
    L’armoniosa bellezza di questo edificio deve avere impressionato molto Maometto il Conquistatore e gli altri sultani che lo hanno seguito, tutti molto attenti alla manutenzione della basilica, divenuta moschea dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453. A parte l’aggiunta di quattro minareti e di alcune iscrizioni calligrafiche, nessun intervento di modifica distruttiva è stato infatti apportato dai mussulmani alla basilica, che sfoggia ancora oggi i suoi splendidi mosaici bizantini. La bellezza dell’arte ha dunque costituito un punto di continuità tra due culture, per altri versi in feroce competizione tra loro.
    Non sempre è andata così, purtroppo. Mi viene da pensare a quel vero oltraggio alla bellezza che è la cattedrale rinascimentale fatta costruire dal cattolicissimo Carlo V nel cuore della grande moschea di Cordoba. Un macigno rozzo e arrogante che rompe il ritmo infinito della foresta di colonne di uno dei più straordinari monumenti dell'arte islamica.
    Come spesso succede un po’ ovunque, il senso del sacro sembra però rifuggire dalle costruzioni maestose e imponenti, siano esse le grandi cattedrali gotiche europee o le moschee congregazionali destinate ad accogliere centinaia o migliaia di fedeli. Queste costruzioni vorrebbero testimoniare la piccolezza dell’uomo di fronte al Dio, incutendogli un sacro timore, ma più verosimilmente riflettono l’arroganza del potere politico ed ecclesiastico che le ha volute; simboli materializzati di una potenza che schiaccia gli umili e i "poveri di spirito" sotto un peso troppo grande per poter essere messo in discussione.
    Il sacro tende invece a rifugiarsi in luoghi meno pretenziosi, dove la semplicità e l’essenzialità delle forme e degli spazi si sposa con il frutto del lavoro di artigiani che hanno avuto la possibilità di esprimere più liberamente la propria ispirazione creativa e la propria fede.
    Accade così per me in una moschea minore di Îstanbul, la Sokollu Mehmet Pasha Camii, che tra l'altro è un piccolo capolavoro del grande Sinan. La moschea è chiusa e, recuperato il custode con le chiavi, ho il privilegio di esserne l'unico visitatore. Le splendide maioliche di Iznik che ne rivestono l’interno riflettono vaporosamente la luce che filtra dalle vetrate colorate, creando una cromia soffusa in cui prevalgono i verdi e gli azzurri. Niente foto all’interno, mi dice il custode, tirando sornionamente fuori dalla tasca del suo camicione un pacchetto di stampe fotografiche a colori. Lo accontento.
Sul cortile quadrangolare della moschea si affacciano le finestre ampie e basse della medresa, la scuola coranica, in cui una classe di ragazzi si esercita nella lettura del Corano sotto la guida vigile di un imam. Qualcuno mi nota, con la mia macchina fotografica al collo, e ammicca un sorriso … Decido che il posto migliore per conservare questa immagine è il mio cuore e non la pellicola.

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    Città di scambi e da sempre snodo di commerci tra oriente e occidente, Îstanbul vanta uno dei più grandi mercati coperti del mondo. Il Gran Bazar è uno shopping mall ante-litteram, riparato dal caldo e dal freddo dalle belle volte bianche in muratura, con gli archi elegantemente decorati da bande bianche, rosse e blu. Non è però questo il regno dei colossi della distribuzione, ma un agglomerato di centinaia di piccoli esercizi commerciali ed artigiani, dove si conserva ancora l’arte antica (e nobile) del contrattare. Come ha tratteggiato così vividamente Elias Canetti nel suo “Voci di Marrakesh”, è questa un’arte dialettica che segue i ritmi di una danza scaltra e il suo capolavoro è la conclusione di un accordo che soddisfi tanto il venditore che il cliente.  
    Quando ero piccolo e accompagnavo mia zia al mercato settimanale del paese mi capitava spesso di assistere a queste sceneggiate tra il “principale” e - nove volte su dieci - un cliente di sesso femminile. L’astuta massaia, saputo il prezzo dell’oggetto che voleva comprare, cominciava a denigrare con parole anche offensive la qualità della merce e a dare del matto al venditore, che prontamente reagiva difendendo a spada tratta la sua mercanzia e la sua onestà. Come risposta, la donna proponeva un prezzo pari a un quarto di quello richiesto e, dopo l’immancabile rifiuto, si allontanava sdegnata. Passati dieci minuti l’acquirente ripassava “casualmente” davanti alla bancarella, senza degnare di uno sguardo il suo proprietario, che invece la chiamava a gran voce, proponendole un prezzo più basso, che quella accoglieva con una risata strafottente, senza neanche fermarsi a discutere. Altri dieci minuti e la donna ritornava – il venditore era là ad aspettarla - con la sua proposta di acquisto, un po’ più alta dell’offerta iniziale, ma sempre esageratamente bassa rispetto alla richiesta.
    “Allora, principale, la vuoi dare o non la vuoi dare questa merce?”, e il principale rideva, sapendo che non avrebbe tirato una lira di più del prezzo che la cliente era disposta a pagare, un prezzo su cui finivano per accordarsi, dopo un estenuante tira e molla, condito da una serie di sfottimenti reciproci, battute salaci e insulti scherzosi e che si concludeva esattamente a metà strada tra la richiesta iniziale del venditore e la prima offerta dell’acquirente.
    Per un occidentale “moderno” è invece difficile accettare l’idea che un bene non abbia un valore fisso, determinato dal contesto economico più generale, ma che lo acquisisca solo al momento della stretta di mano, magari accompagnata da una tazza di çay. Molto più facile e rassicurante riempire il carrello al supermercato, dove si finisce per comprare il necessario, il superfluo e spesso anche l’inutile.
    Non so se dipenda da un imprinting infantile o da una naturale propensione caratteriale, ma a me piace moltissimo contrattare. Prova ne è che, nonostante io cerchi di argomentare il contrario, la mia compagna è ormai convinta che sia affetto da una inguaribile tirchieria: contrattare il prezzo della camera d’albergo passi, ma questionare sul costo di una brioche è troppo. Ma ciò che è in ballo – le dico senza convincerla - non sono i soldi, bensì il valore relativo delle cose, che io devo rispettare ma su cui il venditore non deve barare in maniera sfacciata. Detto questo, rimane il piacere personale di una piccola esperienza umana, fatta di studio attento della psicologia del proprio interlocutore e di complice sfida, che può a volte rivelarsi più preziosa e gratificante dell’oggetto acquistato.
    Come in tutti i bazar e suq orientali, è comunque ormai difficile trovare qui qualcosa di realmente interessante e i tessuti sintetici e i manufatti in plastica fabbricati in Cina e nel sud-est asiatico hanno preso il sopravvento su tutte le altre merci, fatta eccezione per l’artigianato “tipico”, e spesso pacchiano, e le gioiellerie, vero e proprio miele per gli sciami dei turisti.
    Il Bazar delle Spezie, nei pressi della Yeni Camii, sulla riva del Corno d’Oro, offre invece una situazione un po’ meno turistica e più attraente per i sensi, con il suo caleidoscopio di forme, colori e odori, che i nostri esercizi commerciali tendono sempre più a negarci, in ossequio alle esigenze dell’igiene, della standardizzazione e del massimo profitto.

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Il vero spettacolo non è però quello offerto dalle merci, ma quello struggente e umanissimo di questo fiume di gente che si affanna e si agita incessantemente nei propri traffici quotidiani.

Cose di tutti i tipi sono trasportate con i mezzi più inverosimili. Un carretto stracarico di sacchi, tirato su lungo una ripida salita da due uomini esausti sembra a un certo punto imbizzarrirsi e voler scivolare indietro travolgendo quello che capita; subito accorrono rinforzi e tra grida concitate il carretto è aiutato a guadagnare la fine della strada.

Un uomo torna dal suo shopping al bazar con una lavatrice caricata sulle spalle, con il solo aiuto di una imbracatura di legno e corde. Un altro usa lo stesso sistema per una fotocopiatrice.

Più leggiadramente si muovono i venditori di pane, con sulla testa grandi vassoi di metallo caricati con pile regolarissime di panini, alte più di mezzo metro.

Uno dei luoghi più animati è la grande piazza di fronte alla moschea di Beyazit, nei pressi dell’Università e del Gran Bazar. Qui si svolgono tanti piccoli commerci individuali. C’è il venditore di bibite, che estrae uno dei bicchieri di cui è munita la sua cintura, lo risciacqua con l’acqua di una tanica di plastica e, curvandosi leggermente in avanti, lo riempie con lo zampillo di una grossa anfora metallica che porta a mo’ di zaino sulle spalle. Senza che una sola goccia vada perduta.

O un vecchietto da mille e una notte, con turbante e lunga barba bianca, che prepara bastoncini colorati di zucchero filato.

E poi tanti negozi fatti di un solo bustone di plastica. Gente venuta dai villaggi anatolici, con un viso diverso, alcuni con occhi da mongolo, che vendono giubbini e gilet in pelle.

Sembra che nessuno voglia rassegnarsi a mendicare, che tutti, anche i più poveri, si attrezzino per offrire un servizio che dia loro la dignità di lavoratori, che sia la vendita di libri vecchi, oggetti usati e rottami vari, la pulizia delle scarpe o la semplice pesatura di persone con l’aiuto di una piccola bilancia.

Questo stesso senso di operosità, con l’affaccendato via vai di venditori, compratori e operai, si respira nei quartieri popolari intorno a Eyüp o alla Suleymanie Camii, dove sembra riesca a togliere allo squallore delle case in rovina la possibilità di tramutarsi, per chi ci vive, in senso di definitivo abbandono.  Tra le abitazioni in sfacelo alcune bellissime vecchie case tradizionali di legno, con le loro stanze al primo piano aggettanti sulla strada. Una volta erano le residenze di mercanti e notabili, adesso quelle poche scampate ai vari incendi e terremoti sono occupate dai più poveri.

Inquadrati da un arco, nel caldo controluce creato dai riflessi dorati di un basso sole pomeridiano, due uomini si allontanano con una valigia alla mano. Un’immagine che sembra riassumere il destino di tanti turchi negli ultimi decenni, costretti ad emigrare lontano, alla ricerca di un lavoro. Quanto diverso il peso di quelle valigie da quello dei trolleys e dei borsoni di quanti hanno percorso la distanza tra la Turchia e l’Europa in direzione inversa alla loro, alla ricerca del fascino esotico di una breve vacanza.

 
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