Il re magro

    Come ve l’immaginate, voi, un re? Forse alto e robusto come quelli disegnati sulle carte napoletane? Oppure anzianotto con la barba bianca e lo sguardo saggio? O ancora un re orientale, ben pasciuto e col turbante? In ogni caso converrete che un re che si rispetti debba avere un certo spessore, una stazza insomma, capace di sostenere il peso delle sue regali incombenze e responsabilità.
    Bene, il nostro re Firmino era invece magro e anche di più, smilzo, allampanato, sottile, filiforme, inconsistente. Questione di metabolismo, tara genetica, colpa della sua assurda alimentazione vegetariana – si è mai visto un re che non divori con gusto un cosciotto di lepre o di cinghiale? -, colpa dei suoi libri, che gli toglievano la salute. O forse vittima d’un maleficio, o di qualche forma di malaria, entrambi a quel tempo così diffusi. Ognuno diceva la sua, considerandolo, chi più e chi meno, un re incompleto, mancante di quel carisma che solo i chili e un ampio girovita possono dare.
    E certo. Quando incontrava i regnanti di altri paesi faceva al loro cospetto - mi si perdoni il facile gioco di parole - una ben magra figura. Una volta, durante un pranzo ufficiale, il re di Svetanchia - una specie di biondo armadio vichingo, rubicondo e sempre allegro - gli diede una pacca sulle spalle e lui finì con la faccia nella zuppiera. Un’altra volta, a una parata militare in Kubachistan, lo spostamento d’aria prodotto dai tromboni della banda militare lo fece volare sopra un albero. Per non parlare delle scarpe zavorrate che doveva indossare nelle giornate ventose, della sua voce così sottile che per discorrere con lui bisognava usare un apparecchio, dei suoi pensieri così strambi da non capirli neanche  un filosofo indiano.
    Tale era Firmino. Un re a suo modo originale, che non accusava granché le maldicenze di ministri e consiglieri e che anzi in cuor suo nutriva la ferma convinzione che tutto quel dire e commentare sulla di lui persona fosse un segno di profondo affetto e devozione. Ebbene s’illudeva. Se infatti ciò poteva esser vero per il popolino, che per quelle sue stramberie l’aveva preso a simpatia, certo non valeva per i suddetti  ministri e consiglieri, che anzi non lo potevano affatto soffrire, intralciando egli col suo esempio di continenza la loro carriera di ingordi accaparratori d’ogni bene, pubblico o privato, mobile o immobile, mangereccio o bancabile.
    Ordirono così un colpo di stato, che voleva mettere al posto del re legittimo un tale general Biscaglia, 120 chili di robusta attitudine al comando, il quale armi in pugno avrebbe provveduto a difendere la trippa sua e quella dei suoi compari da qualsivoglia critica e obiezione, togliendo di mezzo re Firmino e la sua anomala, ancorché pericolosa, magrezza. All’alba d’un mercoledì il palazzo fu dunque assediato dalle guardie e il re portato senza tanti complimenti nella segreta della torre maestra del castello, e lì tenuto a pane e acqua.
    Re Biscaglia subito fece un editto proclamandosi re e annunciando al popolo  “l’avvento di una nuova era di prosperità” che avrebbe “cancellato per sempre il ricordo dei tempi magri e delle dubbie filosofie”. Per conto suo Firmino, considerando il pane e l’acqua come una nuova dieta purificante l’intestino, s’era convinto d’esser stato messo a riposo in una specie di clinica privata e continuava così a ringraziare i carcerieri; solo chiese certi suoi libroni che voleva studiarsi nel tempo ch’era sveglio.
    Capirono invece subito l’antifona i contadini e le massaie, gli impiegati e gli artigiani d’ogni mestiere, facendosi l’idea che i capoccia su al palazzo si sarebbero ingrassati oltre misura a spese della popolazione, rendendo loro magri come serpi. Sapendo come vanno queste cose, decisero di non dare tempo al tempo e di risolvere subito la brutta faccenda, facendo rivoluzione. Gli inquilini del palazzo reale non s’aspettavano un così subitaneo evento e furono colti alla sprovvista, arrestati e messi in gattabuia dai loro stessi magri soldati.
    Re Firmino si vide ricondurre a palazzo da una folla entusiasta e festosa, che menava un gran baccano di grida, applausi e suoni di trombetta. Convinto che il popolo acclamasse il felice risultato della cura dimagrante appena conclusa, sorrise soddisfatto a tutti quanti e tenne un bellissimo discorso di ringraziamento, parlando per tre ore con passione e sentimento, ma dicendo idee così strane e affascinanti che a me non mi riesce di parlarne.

 
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